Lattine di birra

Come tutte le settimane, quella mattina arrivo in spiaggia e comincio a camminare. Sono in tenuta sportiva, capelli raccolti, ordinati. Decido di arrivare fino in fondo, fino al gradino dove mi piace sedermi e guardare il mare, e intanto respiro profondamente recuperando il fiato.

Succede che passo davanti a delle lattine di birra lasciate lì, molto probabilmente dalla serata precedente. Sono tante, e ovunque. C’è anche il pacchetto di plastica della confezione. Mi chiedo come faccio a continuare a camminare superando quel punto… senza passare dall’ammettere che ho la possibilità di fare qualcosa, al fare qualcosa. Riconosco l’amore che ho per questo pianeta – per non parlare di quella spiaggia – e mi ricordo di quanto è bello. Penso alla vista della catena alpina da Binago, dell’acqua cristallina di Malta, dei posti che vorrei visitare.

Sul gradino penso “Ok, Signore, decido di non chiudere gli occhi davanti al male, raccoglierò quante lattine mi ci stanno nelle mani o nei sacchetti che trovo, ma, ti prego, non voglio che dentro di me ci sia quell’atteggiamento del sentirmi giusta per fare un’opera buona, e non voglio neanche che nessuno mi veda, non voglio che nessuno pensi che io sia brava”. A quel punto una vocina dentro di me previene qualsiasi altro pensiero: “Tu sei mia. Tutto quello che fai, quello che la gente vede, è mio. Decido io chi ti deve vedere e chi no”.

Mi sono alzata e l’ho fatto, tutte le lattine che prendevo in mano non erano vuote, così che dovevo trovare la posizione migliore per non stancare le braccia e per non farle cadere, e nemmeno il loro contenuto. Sin da subito, il mio primo pensiero è stato “Ok, dov’è la spazzatura?

Ero diretta verso casa, e sapevo che prima del centro doveva esserci un bidone da qualche parte, speravo il prima possibile. E non lo speravo perchè le mie mani erano stanche, o perchè avevo paura di malattie o per qualche odore fastidioso. Ma perchè era umiliante.

Io, così ordinata, sportiva, pulita, posata, stavo portando la colpa e la vergogna di qualcuno. E lo stavo facendo, involontariamente, a testa bassa ed evitando lo sguardo di famiglie e passanti col cane. Nella mia testa c’erano cose come “Ecco, sembro io che ho lasciato il porcile… e la mattina dopo mi sento in colpa”, oppure “Sì, proprio così, la gente incivile ha la mia età, sono i miei amici e io sono quella che si preoccupa di pulire silenziosamente anzi che avere il coraggio di dir loro quattro paroline”. La mia preghiera si stava avverando: non provavo nessun sentimento di orgoglio per me stessa, volevo sotterrare, e mi stavo accorgendo che Dio stava rispondendo a un’altra preghiera, più profonda, fatta nei giorni precedenti.

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Il disastro non l’ho fatto io. Non ho bevuto io, non mi sono tirata sbronza disonorando il corpo e la salute che Dio mi ha dato, non ho lasciato io un bordello sulla spiaggia, non l’ho dimenticato io quanto è bello questo pianeta. Non ho ferito io la mia famiglia che mi ha messo al mondo e mi vuole vedere stare bene e prendere le decisioni più giuste.

Gesù, che ho pregato di capire e conoscere di più, ha fatto lo stesso. Per me e per tanti altri.

Lui ha portato le mie lattine mezze vuote e infinitamente di più. Gesù non aveva peccato un solo secondo, era perfetto, pulito, ordinato. Non doveva pagarne il prezzo e l’umiliazione. Non doveva essere ucciso come un colpevole, un assassino o un ladro. Non doveva subire la minima umiliazione per come aveva vissuto e predicato, neanche uno sputo in faccia. Eppure a testa bassa non ha portato lattine di birra, ha portato per 600 metri una pesante croce che l’ha afflitto fino a morire. E l’ha portata dopo sputi, schiaffi, insulti. E ha scelto di farlo. Per me. Per ripulire la mia spiaggia, per riportarmi a casa dopo la sbronza di iniquità e per vedermi stare bene.

Nel tragitto tra le birre raccolte e la spazzatura ho capito un po’ di più chi è questo Re e il suo amore per me. Mi mi ha fatto provare per qualche minuto i suoi panni. Ora so che non è stato divertente, ma l’ha fatto, in silenzio e a testa bassa.

Per amore.

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